Senza che la cosa stia suscitando particolare attenzione, il prossimo 28 giugno entrerà in vigore lo European Accessibility Act, una norma che richiede alle aziende che intendono raggiungere il consumatore finale di adattare le proprie interfacce digitali – dai siti internet alle app, senza escludere totem digitali, smart TV e altri dispositivi connessi come gli e-book e i bancomat – ai requisiti di accessibilità previsti dagli standard internazionali così che i contenuti e i servizi possano essere fruiti anche da persone che presentano delle disabilità visive.
Il provvedimento, volto a non escludere una percentuale considerevole di consumatori europei (un adulto su quattro secondo le stime Eurostat), si traduce in una serie di interventi tecnici da approntare ai siti Internet di una vasta platea di aziende, con l’eccezione di quelle che si rivolgono esclusivamente ad altre imprese e di quelle organizzazioni che hanno meno di 10 dipendenti o meno di due milioni di euro di fatturato.
Siti di pubblica utilità, aziende di trasporto, negozi online, siti che permettono la prenotazione di soggiorni, viaggi e altre esperienze turistiche dovranno dunque adeguarsi e rispettare gli adempimenti a cui sono già soggetti i siti della pubblica amministrazione e delle grandi imprese.
Rendere disponibile la navigazione con tastiere alternative e screen reader grazie alla descrizione testuale di immagini e pulsanti, migliorare il contrasto dei colori negli sfondi e nelle immagini, fornire una trascrizione dei video presenti, semplificare i menu di navigazione e accertarsi che le funzioni di ingrandimento caratteri siano disponibili ed efficaci sono solo alcuni fra gli impegni che dovranno essere rispettati affiancandoli alla pubblicazione di una dichiarazione di accessibilità volta a indicare in modo trasparente il percorso di questo adeguamento.
Il rischio che questo provvedimento sia percepito come un obbligo non deve però portare a sottovalutare l’opportunità di raggiungere non solo una popolazione affetta da disabilità visive, ma anche quegli utenti che costituiscono le prime generazioni di utenti anziani della Rete, consumatori con ormai una elevata familiarità con la navigazione e gli acquisti online, ma con crescenti difficoltà per via dei fisiologici problemi alla vista che si creano con l’età. Se pensiamo al processo di invecchiamento delle popolazioni europee, allora possiamo avvertire come lo European Accessibility Act possa rientrare in un quadro più ampio di ripensamento delle strategie di usabilità per coinvolgere un pubblico più ampio.
Di fronte a nuovi interventi che si rendono però necessari per adattare i propri siti web, può risultare in ogni caso comprensibile la sensazione che, come già con il Gdpr, le norme europee che puntano a regolamentare la vita digitale non siano esenti da una certa burocratizzazione.
Lo stesso AI Act, che lo scorso agosto ha cominciato a produrre effetti per i fornitori di servizi, in queste settimane sta affrontando un tortuoso percorso di definizione degli standard e degli aspetti più puntuali della regolamentazione: complesso è infatti conciliare il perseguimento degli obiettivi di sicurezza, responsabilità e trasparenza che ha ispirato la norma con la necessità che le regole non ostacolino una delle più promettenti leve di innovazione e competitività delle imprese continentali.
Se alcune attività, come ad esempio la predisposizione di un chatbot sul sito, debbono assolvere ad un semplice compito di trasparenza, affrontare con l’intelligenza artificiale attività considerate “ad alto rischio” come il vaglio delle candidature ricevute, il suggerimento di corsi di formazione ai dipendenti, la gestione delle attività legate alle risorse umane richiedono di rispettare requisiti precisi ed improntati al contrasto delle distorsioni che gli algoritmi possono produrre.
Lo European Accessibility Act, l’AI Act, le normative sulla privacy online e le ulteriori riforme digitali europee producono dunque effetti, per le imprese e per gli utenti della Rete, che, presi singolarmente, corrono il rischio di essere interpretati come un ostacolo all’innovazione rendendo in tal modo difficile la comprensione degli sforzi che la Commissione europea ha in questi anni messo in campo per rendere più sicuro l’utilizzo della Rete.
Anche per sottolineare i meriti di riforme come il Digital Services Act e il Digital Markets Act, volte a imprimere trasparenza e competitività nell’ambito dei mercati digitali, forse è dunque necessario, proprio in momento di grande cambiamento come quello attuale, di rendere più evidente il significato complessivo di questi provvedimenti in una sorta di costituzione digitale europea per tutti i cittadini e le imprese che vivono e operano nel nostro continente.
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