di Mauro Colombo *
Le piccole e medie imprese italiane rappresentano la struttura portante dell’economia del Paese. Più del 92% delle attività produttive e oltre il 70% dell’occupazione privata fanno capo a questo mondo. Si tratta di un sistema diffuso, resiliente, generatore di valore economico e coesione sociale. Eppure, oggi questo sistema si muove in un contesto sempre più complesso e sfavorevole. L’accesso al credito si restringe, i costi delle materie prime restano elevati, l’instabilità geopolitica incide sulla pianificazione e l’inflazione mette in discussione margini e sostenibilità. A tutto ciò si aggiunge una politica industriale ancora poco incisiva, che fatica a coinvolgere le imprese in programmi strategici come la Transizione 4.0.
In questo scenario non servono soltanto misure correttive. Serve un cambiamento profondo. È il momento di una politica economica che non si limiti a intervenire nei momenti critici, ma che sia in grado di attivare energie, generare fiducia, creare slancio. Ciò che davvero può fare la differenza è la capacità di trasmettere un messaggio chiaro e coerente: investire ha senso, innovare è possibile, crescere è realistico.
Le imprese decidono di agire quando percepiscono che il contesto è favorevole, che le istituzioni sono alleate, che esiste una direzione condivisa. In un ambiente così, l’iniziativa imprenditoriale si rafforza. Non solo per necessità, ma per visione. La propensione all’investimento aumenta, anche al di là dei calcoli immediati. Quando si attiva un clima di fiducia e aspettativa positiva, le imprese iniziano a investire e spendere in modo anticipato, scommettendo sul futuro, anche più di quanto pensano di poter ottenere in cambio.
È in questi momenti che la spesa pubblica, se ben orientata, diventa davvero generativa. Può attivare catene di investimento, rafforzare relazioni produttive, far emergere nuove collaborazioni tra imprese. In parallelo, anche la propensione al consumo cresce: le famiglie e i lavoratori, vedendo nuove opportunità, si sentono coinvolti in un processo di costruzione e non solo di attesa.
Affinché ciò avvenga, lo Stato deve adottare un ruolo chiaro e coerente. Non deve sostituirsi all’impresa, né assumere decisioni al posto del mercato, né creare dipendenze da contributi o sussidi. Deve agire come soggetto abilitante: un facilitatore che interviene per attivare condizioni favorevoli – attraverso infrastrutture, regole, incentivi trasversali – e che, una volta innescato il processo, si ritira, lasciando spazio alla libera iniziativa. Questo tipo di Stato non dirige, ma abilita. Non controlla, ma stimola. Non protegge passivamente, ma crea le basi per competere attivamente.
In questa prospettiva, è fondamentale riconoscere che la dimensione nazionale da sola non basta. Le scelte strategiche per la crescita delle PMI devono essere inserite in un orizzonte europeo, dove si definiscono oggi le grandi traiettorie industriali, digitali e ambientali del prossimo decennio. I fondi del PNRR, i programmi Horizon Europe, la nuova politica di coesione 2021-2027 e la futura strategia industriale dell’Unione sono strumenti concreti che vanno agganciati con visione e competenza. L’Europa non è un vincolo, ma un’opportunità di scala, una piattaforma in cui le PMI italiane possono rafforzarsi se sostenute nell’accesso, nella progettazione e nella competitività. Serve una governance multilivello che metta in sinergia territori, sistema Paese e istituzioni europee.
In primo luogo, è fondamentale intervenire sul fronte fiscale. Oggi il sistema tende a penalizzare chi innova, assume rischi, reinveste. Bisogna invece premiare chi sceglie di investire nel proprio sviluppo, nella formazione del personale, nella qualità del lavoro. Un’impostazione fiscale intelligente deve sostenere la transizione digitale, ambientale e tecnologica, e semplificare l’accesso ai crediti d’imposta, rendendoli strumenti di vera trasformazione e non meri adempimenti burocratici.
Anche il sistema finanziario deve evolvere. Troppo spesso le imprese hanno accesso solo a strumenti di emergenza o di brevissimo periodo. Serve una finanza che sappia accompagnare i progetti industriali nel tempo. È necessario costruire un sistema multilivello, in cui banche territoriali, fondi di investimento locali, piattaforme fintech e strumenti pubblici collaborino per offrire soluzioni durature. La sfida non è solo superare l’ostacolo contingente, ma rendere possibile una traiettoria di cambiamento.
Un ruolo centrale è giocato dal capitale umano. Le competenze oggi richieste per rimanere competitivi stanno cambiando velocemente. Le imprese cercano figure preparate in ambiti come l’intelligenza artificiale, la gestione dei dati, la sostenibilità, il marketing digitale e l’internazionalizzazione. È quindi urgente costruire percorsi formativi agili, integrati, capaci di rispondere ai bisogni reali delle imprese. La formazione deve essere continua, personalizzata e costruita in collaborazione tra mondo produttivo, enti pubblici e istituzioni accademiche.
Accanto a tutto questo, serve una trasformazione della pubblica amministrazione. Oggi ogni ora spesa a gestire burocrazia è un’ora sottratta all’innovazione. È necessario semplificare in modo radicale, digitalizzare l’accesso ai servizi, costruire sportelli unici orientati alla risoluzione dei problemi. Le imprese devono percepire che l’amministrazione pubblica lavora per accompagnarle, non per ostacolarle.
La politica economica deve tornare a essere una leva per creare fiducia. Quando le istituzioni dimostrano di credere nella capacità delle imprese di generare valore, queste rispondono. Investono, collaborano, costruiscono. È questa la trasformazione che serve: passare da un’economia di difesa a un’economia di costruzione. Dove le imprese non siano viste come beneficiarie, ma come protagoniste.
Le piccole e medie imprese non sono un comparto da proteggere, ma un motore da potenziare. Sono la connessione viva tra economia e comunità, tra innovazione e lavoro, tra sviluppo e inclusione. Per questo vanno messe al centro. Non con dichiarazioni, ma con politiche coerenti e azioni concrete.
Lo Stato deve scegliere se restare un osservatore o diventare un compagno di viaggio. Servono meno annunci e più segnali stabili. Le imprese devono poter contare su procedure semplici, accesso equo alle opportunità, una visione condivisa. Perché la vera ripresa nasce quando le persone, le aziende, le comunità sentono che vale la pena credere nel futuro.
Abbiamo bisogno di politiche che non solo distribuiscano risorse, ma che accendano la voglia di fare. Che trasformino l’incertezza in occasione e che mettano al centro il talento imprenditoriale diffuso. Solo così sarà possibile aprire nuovi cantieri dello sviluppo. Non solo fisici, ma culturali, sociali, strategici.
E oggi, più che mai, è tempo di costruire. Insieme.
* Direttore Generale Confartigianato Imprese Varese
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