Dazi pesanti e dollaro debole: «Danni immediati»


I dazi del 20% annunciati mercoledì 2 aprile dal presidente degli Stati Uniti sulle merci dell’Unione europea scatteranno il 9 aprile e l’agroalimentare sarà tra i settori del made in Italy più colpiti, con rincari per i consumatori americani pari a 1,6 miliardi che si tradurranno in un inevitabile calo delle vendite. A cascata, non trovando sbocchi immediati su altri mercati, l’eccesso di offerta comporterà il deprezzamento delle produzioni. Se a tutto questo si aggiunge il rischio che aumenti il cosiddetto «italian sounding», cioè la diffusione di prodotti che rievocano quelli italiani, ma che nulla hanno a che fare con gli originali, è chiaro che il protezionismo di Trump farà non pochi danni.

Da Bergamo agli Stati Uniti

Nel 2024 la provincia di Bergamo ha venduto complessivamente merci per 1,8 miliardi di euro negli Stati Uniti, con un calo del -5,7% rispetto al 2023. Le esportazioni di prodotti alimentari e bevande, invece, hanno registrato una crescita di oltre il 10%, essendo passate da poco più di 340 milioni nel 2023 a quasi 375 milioni, con le bevande (leggi Sanpellegrino) a fare la parte del leone con il 93,4% del totale, mentre alimentari e prodotti caseari si spartiscono rispettivamente il 3,2% e l’1,4%.

Su questi valori finora la Bergamasca pagava quasi 47 milioni di dazi complessivi, 13 dei quali proprio su alimentari e bevande. Ora, con l’imposizione 20%, questa cifra è destinata a salire esponenzialmente.

Il comparto lattiero-caseario

Per il comparto lattiero-caseario è un incubo che si ripete. Già nel 2019, dopo la vertenza tra Airbus e Boeing, la prima amministrazione Trump aveva imposto tariffe aggiuntive su alcuni formaggi europei, compresi grana padano, provolone, gorgonzola, taleggio e quartirolo lombardo prodotti nel territorio bergamasco. L’anno dopo le esportazioni di formaggi italiani verso gli Stati Uniti avevano subito un calo drastico (grana padano e parmigiano reggiano -17%, provolone -23%, asiago e caciocavallo -30%) con una perdita complessiva di fatturato di 63 milioni di euro, di cui 40 milioni per Grana Padano e Parmigiano Reggiano. Poi, nel marzo 2021, per fortuna il presidente Biden aveva congelato gli extradazi, il che aveva favorito una rapida ripresa del mercato confermando l’Italia al primo posto come Paese esportatore di formaggi verso gli Usa.

Gli incrementi sui formaggi

Questa volta Trump non farà sconti a nessuno: tutti i formaggi saranno colpiti indistintamente con la tariffa del 20%, con effetti diversi in base alle aliquote precedenti. I più colpiti saranno il gorgonzola, sul quale già gravava il 20%, che arriverà quindi al 40%, ma anche parmigiano, grana padano e provolone, che passeranno dal precedente 15% al 35%. Secondo i calcoli di Assolatte le imprese casearie italiane, che fino a questo momento pagavano circa sui 45 milioni di tariffe doganali sul totale delle esportazioni, ora sborseranno 137 milioni.

«Danni immediati»

«La storia recente ha insegnato che gli extradazi portano danni immediati alle imprese nazionali, che perdono mercato a causa dell’aumento di prezzo dei loro prodotti, con conseguente riduzione della competitività», sottolinea Paolo Zanetti, presidente di Assolatte e consigliere delegato di Zanetti Spa, azienda bergamasca leader nella produzione di formaggi italiani.

«Le nuove tariffe – aggiunge Zanetti – graveranno su prodotti che rispetto a cinque anni fa hanno subito un aumento dei prezzi, senza contare che la svalutazione del dollaro rende ancora più caro il “made in Italy”, facendolo risultare meno competitivo».

La preoccupazione è forte, ma resta la speranza in negoziati europei o nazionali che riescano a limitare i danni. «Nel 2019 siamo stati lasciati soli dall’Italia e da Bruxelles – dice con amarezza Zanetti – ma se è vero che il nostro attuale governo ha buone relazioni con gli Stati Uniti, allora mi auguro che stavolta, senza alzare i toni, si riesca a portare pragmaticamente a casa qualche risultato».



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